L’oro antico della Puglia messo a rischio dalla “fastidiosa Xylella”

La ricerca è un continuo percorso scandito da tappe. Attualmente la priorità per alcuni ricercatori pugliesi è il contenimento di una malattia che ha colpito il tessuto agricolo locale e 2000 anni di storia e cultura.
Nel 2013 in Salento, alcuni alberi di ulivo iniziano a deperire misteriosamente: le foglie si seccano, la corteccia inizia a sfaldarsi, il sistema vascolare ed i suoi tessuti imbruniscono e marciscono, alcuni campioni mostrano la presenza di funghi, il risultato è devastante per la pianta, una vera condanna a morte.
Il fenomeno viene chiamato complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO).

L’ Organizzazione Europea per la Protezione delle Piante (EPPO) avvia immediatamente un’ indagine e dalle analisi microbiologiche si evince la positività per un batterio il cui nome è tutto un programma: Xylella fastidiosa. Il batterio è trasportato da un insetto che funge da vettore: la sputacchina (Philaenus spumarius). Xylella in passato fu responsabile del morbo di Pierce, malattia che colpì i vigneti californiani; trattandosi di un microrganismo è possibile che sia approdato nel nostro Paese con i traffici commerciali.

In Italia, il focolaio è concentrato in Salento, il piano proposto fin da subito è stato drastico: estirpare le piante. Negli uliveti, inoltre, sono state stabilite varie misure tra cui arature e potature e l’applicazione di insetticidi sistemici per il controllo dei vettori trasportanti il batterio. Ad opporsi, oltre ad alcuni gruppi di agricoltori, sono stati i responsabili dei parchi naturali, poiché l’ingente utilizzo di insetticidi e l’inquinamento della falde ha destato preoccupazione sia per la salute pubblica, che per il danneggiamento dell’intera fauna.

Nell’attesa, vari gruppi di ricerca e consorzi universitari, si sono prodigati per trovare una soluzione al caso. Le cure alternative ci sono: esiste, ad esempio, un principio attivo l’N-Acetilcisteina,comunemente usato come mucolitico, che si è scoperto essere in grado di ridurre l’adesione dei batteri sulle superfici e la capacità di formare biofilm ostruttivi, oppure metodiche alternative in fase di sperimentazione che la Commissione Europea tarda a considerare. Perché dunque sradicare ed evitare di considerare gli sforzi della ricerca? Resta il fatto che gli agricoltori, gli enti, e la Regione sono tutti impegnati per difendere il nostro oro, l’olio, alimento antico e prezioso come la terra dalla quale è generato, terra baciata dal sole ed accarezzata dal mare, terra dai colori caldi: la terra antica degli ulivi.

Emanuela Saracino
*Ricercatrice presso Consiglio Nazionale delle Ricerche